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Alfa dei salici

Non lo sapevo che il salice avesse dato il nome a uno dei colli di Roma. Eravamo tutti così ignoranti,  allora.   La terza elementare e poi via, a lavorare. Certo che si studiavano Romolo e Remo, poi gli altri re di Roma e i nomi dei sette colli. Ma io non sapevo che il Viminale si chiamasse così per via dei salici. ‘Salix viminalis’, mi disse in seguito il prete, che lui sì, era istruito. Lui, la maestra, e pochi altri avevano potuto continuare gli studi. Noi no. Noi eravamo destinati a raccogliere salici.

Noi, con la terza elementare, avremmo più avanti imparato a intrecciarli, quei rametti sottili, gli stessi che ti arrivavano sulle gambette nude se facevi arrabbiare la mamma. Non lo sapevo, l’ho imparato da vecchia - non dal prete, questa volta, ma dalla televisione – che prima di scoprire le terrecotte e la ceramica, prima dei metalli, gli uomini (però io credo le donne) inventarono gli intrecci.

È sicuro: in televisione hanno mostrato dei cocci con tutti quei segni di intreccio, roba che solo le donne possono aver inventato. Insomma, le inventrici di tanti anni fa prima producevano dei canestri, poi li impiastricciavano ben bene di terra creta, tanto da poterli usarli per tirare su l’acqua. Poi, cominciarono a modellarli di sola terra, abbellendoli con gli stessi disegni degli intrecci.

Furbe, le donne. Secondo me hanno immaginato e scoperto tutto loro, anche il fuoco e la ruota. Anche la musica, anche la scrittura, che sono impronta e ritmo d’intreccio, o no? Come le rondini, che intrecciano e murano i loro nidi. Ce n’era una - anzi no, erano in due, una coppia - che aveva deciso di fissare il nido a un trave nella mia camera, quand’ero incinta della mia prima figlia. A letto ci stavo poco, però mi piaceva osservare quegli uccellini quando entravano dalla finestra (la lasciavo sempre accostata, eh, mica la chiudevo!) e – che bello! - i loro rondinini presero il volo giusto prima che Luce, la mia levatrice, mi aiutasse a partorire.

La mia bambina nacque in quel letto, in piena estate, vispa e bella, morettina. Una rondinella. La chiamammo Emanuela, come il padre di mio marito, un militare che aveva quel nome in onore del re. La mia bambina, però, non sarebbe diventata un soldato; era femmina, le guance rosse, la pelle bianca e i capelli neri. Come le rondini. Veramente, a me sarebbe piaciuto chiamarla Gemma, come quella mia zia che era stata l’unica custode - per tutta la vita - dei castelli. Perché noi venivamo da quelle parti: dai castelli della Grancontessa   Matilde di Canossa. Noi   discendevamo in linea diretta dai suoi fabbri, i suoi fabbricanti di armi. Un po’ di sangue guerriero l’abbiamo; ce l’ha pure mia figlia.

Nodi e intrecciature non erano una novità per me. Li avevo visti in ogni dove sulle pietre di Canossa, sui muri delle rocche, delle chiese e delle case. Ricami di pietra. Trame, orditi, foglie e fiori, animali strani, e onde a rincorrersi. La vita non è, in fondo, tutta un nodo, un su e giù di onde che si inseguono? L’intreccio era perfino nelle nostre abitazioni, nelle pareti divisorie fatte di giunchi. E le “arelle”, le controsoffittature spalmate di calce che rifinivano i tetti all’interno? Sempre un lavoro preciso e ben limato di reticolo a separarci dal cosmo.

Mio marito l’avevo conosciuto in risaia. Avevo vent’anni, lui era del mio paese, eppure non l’avevo mai visto. O forse non l’avevo notato. Nella cascina, in Piemonte, in piedi sul carro trainato dal cavallo, lui percorreva gli argini, lanciando a noi mondine i mazzi di riso da trapiantare. Io ero piegata nell’acqua, a lottare con le bisce, le zanzare, le mosche. Alzai la testa e Romualdo mi guardò. Era più bello di Gesù Cristo. Mi guardò in un modo che ancora mi fa tremare il sangue. Tornammo a casa e ci sposammo. Lui faceva il muratore, e io andai a vivere nella sua famiglia che gestiva la locale cooperativa di consumo. Sì, una specie di negozio più osteria, dove si poteva comprare di tutto. Ero sveglia io, con i conti, ero brava. Intrecciare i salici mi aveva allenato a contare. Se non sai contare, non puoi intrecciare, non puoi tessere, non puoi ricamare. Mi piaceva lavorare nella cooperativa, e poi, mia suocera mi aveva accolto come una figlia, mi aveva insegnato a fare le torte da vendere, mi aiutava con la bambina, non come mia madre piena di troppi figli e troppa miseria, che di me non si era mai curata. Mi piaceva la mia nuova famiglia, ma mi mancavano i salici. Sentirli tra le mani, annusarli. Spellarli con i denti e gustarne l’amarognolo.

Al mulino lassù sui monti, vicino all’alto corso del fiume Secchia, ci si arrivava a piedi. Partivamo tutti insieme, grandi e piccini, e camminavamo per giorni. Avevo giusto otto anni la prima volta che partii. I bagagli no, non li caricavamo in spalla: quelli li mettevamo sulla “Celesta”, la corriera che ci avrebbe preceduti. In realtà, ognuno di noi aveva una cassetta da uva che definire “bagaglio” è azzardato. Conteneva pane, un po’ di salume, formaggio, uova, maltagliati e altra pasta secca fatta in casa, farina per la polenta, lardo, un pentolino per cucinare. Ci abitava il famoso  Muto, in quel mulino. Era un artista dei cesti, sordomuto. Da lui avremmo alloggiato per quaranta giorni. Al mattino, prima che spuntasse il sole, noi raccoglitori scendevamo nel letto del fiume con la roncola in mano. Eravamo costretti a sfruttare l’intervallo tra un’ondata e l’altra. L’acqua della centrale idroelettrica, più su, veniva rilasciata diverse volte al giorno, e avrebbe   potuto   travolgerci.   Svelti,   precisi,   chinati   sui   salici, ne facevamo dei mazzi che ammucchiavamo sulla riva, in alto, per portarli più tardi al mulino a forza di braccia. Com’erano pesanti per le mie spalle di ragazzina. Sei, sette ore al giorno chini sul greto pietroso, a scansare le bisce e a lavorare di roncola. Verso mezzogiorno, noi più piccoli venivamo mandati al mulino a cucinare.

Ognuno si era costruito un primitivo focolare all’aperto, scavando una buca; dentro, ci appoggiavamo dei sassi e un grosso bastone di traverso, su cui si cuoceva la minestra o la polenta nel pentolino. Ciascuno preparava il proprio cibo, ma poi si finiva per dividerci le pietanze e mangiare allegramente insieme. Anche il pane secco, bagnato nelle acque del fiume e poi scaldato sul fuoco, ci sembrava buonissimo.

La stanza in cui dormivamo tutti insieme era nuda, senza arredi, con il pavimento in terra battuta e un po’ di paglia su cui accucciarsi. I gabinetti? Fuori, nel bosco, dietro qualche cespuglio. Ci eravamo portati tutti la fodera di un materasso in cui infilare la paglia di frumento, ma questa pungeva, graffiava, era difficile da sopportare e generava bestioline poco simpatiche. Allora, appena si cominciavano a spellare i rametti di salice, invece di buttare le scorze, le si metteva al sole a seccare, poi le si usava al posto della paglia. Allora sì che si dormiva bene, senza insetti e senza polvere a farci grattare.

Erano state l’Angiòla e la Genoveffa a istruirmi, a soli otto anni, sulla creazione dei cesti. Erano state proprio loro, nella ditta di vimini del signor Castagnetti, dove mamma mi aveva spedito dopo la terza elementare. Era del tutto normale, allora, che i bambini lavorassero. Io raggiungevo le mie due “maestre” all’alba; avevo in tasca il pane, un po’ di formaggio, un uovo, a volte dell’uva che avrei mangiato a mezzogiorno, e restavo lì fino a sera. Dieci, venti cesti al giorno. Anche di più. Avevo otto anni, eppure mi piaceva. Certo, avrei preferito andare a scuola, ma non era possibile. Pensare che dovevo essere proprio una bimbetta sveglia.

In Svizzera, dove io e Romualdo ci trasferimmo per undici anni (quando Emanuela di anni ne aveva solo cinque), imparai subito a parlare in tedesco. Figuriamoci se avessi studiato! Nella casa dei Wyler, facoltosi ebrei, dovevo presentarmi nella mia perfetta divisa da cameriera - con grembiule inamidato -  e parlare fluentemente il tedesco. Per undici anni, condividemmo una sola cucina e un solo bagno con altri migranti. Ma si guadagnava bene, si guadagnava tanto e la mia bambina passava con noi le vacanze estive, dopo essere rimasta tutto l’inverno con i nonni. La guardo, adesso, la mia bambina. È una guerriera, ma è stanca. La guardo in questa foto, dove stringe il suo clarinetto, là, in mezzo agli orchestrali del teatro. Aveva imparato a intrecciare note, suoni. Il ritmo degli intrecci in lei era diventato musica. Era una musicista e una guerriera e, quando il male si presentò, lo affrontò a  muso duro e lo sconfisse. Era una guerriera e, quando io cominciai a perdere le forze, lasciò tutto, musica, clarinetto, orchestra, per diventare mamma della sua mamma ormai bambina. E ora, è così stanca. 

Dice che che qualcosa, dentro di lei, si è intrecciato, annodato. Qualcosa che è ritornato, è risorto, ed è diventato onda violenta che le ha attorcigliato le viscere. Mi ha lasciato qui, dove mi curano con affetto, e mi ha detto che tornerà presto: «Te stai tranquilla, Alfa. Ci sono le suore a darti su da mangiare. Io vado a sgarbugliare e farmi affettare tutti gli intrichi del mostro. Ma poi torno, stai tranquilla che torno».

Chissà perché i miei genitori mi avranno dato questo nome: Alfa. Io non lo sapevo che era una lettera dell’alfabeto greco. Sono ignorante, io: ho solo la terza elementare. Però, l’ho sentito in chiesa, spesse volte: “Io sono l’Alfa e l’Omega...”. Mi hanno detto che significa “l’inizio e la fine”.Tutto ha un inizio e una fine, l’ho imparato intrecciando: si comincia sempre appoggiando il primo rametto sul piano di lavoro e si finisce tagliando le estremità dei rametti portanti, in modo che siano uniformi con il bordo del cesto. Lo so che la mia bambina tornerà. L’aspetto qui. È una guerriera

Normanna Albertini