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Quando Babbo Natale non c’era…


 


In quel tempo cominciavamo a preparare il Santo Natale a partire dalla festa dell’Immacolata Concezione. In un giorno di sole, dopo la scuola, andavamo a piedi su per le selve in cerca di un ginepro 
per addobbarlo come Albero di Natale. Camminavamo per delle ore in cerca di un ginepro che riempisse l’occhio. Lo volevamo perfettamente rotondo, né grosso né piccolo, che si potesse ammirare da qualsiasi punto della casa. Se l’albero trovava posto in un angolo della casa, allora, anche se non era perfettamente rotondo, andava bene comunque. Tante volte ne accoppiavamo due per farne uno perfetto. A quel tempo eravamo in tanti, una quindicina di ragazzini, tutti armati di pennato per tagliare le piante, in allegra e divertente scampagnata. Le battute, le prese in giro, le risate ma anche di cose serie si parlava, forse in quei frangenti ci sentivamo uomini grandi mentre facevamo cose da grandi. Ci coprivamo la testa e le spalle con una pesante vecchia giubba, per non farsi bucare dalle spine del ginepro, lo caricavamo in spalla e facevamo ritorno in paese. 
Ritornavamo ragazzini non appena tornavamo a casa. Chiedevamo aiuto ai nostri genitori per metterlo in piedi, di solito dentro un secchio di latta riempito di sabbia ma anche in mille altre maniere. Appena pronto lo portavamo in casa e si cominciava ad addobbarlo con le palline di vetro, facendo molta attenzione a non romperle, le attaccavamo ai rami con il filo di refe. Legavamo all’albero anche delle tavolette di cioccolato, arance o mandarini, sacchetti di caramelle, che avremmo mangiato solo il giorno di Natale. Mettevamo poi le stelle filanti e la Stella Cometa sulla punta estrema della sommità dell’albero, infine mettevamo le luci che s’accendevano ad intermittenza. Il secchio, che teneva in piedi l’albero, fasciato con apposita carta stellata, diventava il cielo del Presepe, fatto con tanto muschio segatura, farina bianca per la neve, carta stagnola per il laghetto ed il fiume e con i personaggi vari fatti di cartone. Le casette, il ponte e la capannuccia la costruivamo da soli con gli scarti di falegnameria, sega, martello e chiodi. Il più delle volte andavamo a letto senza cena, eravamo troppo contenti per mangiare. L’indomani a scuola, ognuno di noi descriveva il proprio albero- presepe in maniera tale da far invidia ai cacciatori e pescatori, bugiardi patentati, della zona. Il 15 dicembre iniziava la Novena di Natale, tutte le sere, prima di cena, andavamo in chiesa per prepararci spiritualmente al Santo Natale. Lo facevamo davanti il Presepe già pronto ma senza Gesù Bambino nella culla, oppure c’era ma era coperto da un piccolo lenzuolo finemente ricamato. Lo preparavano le Priore, due ragazze giovani coadiuvate dalle rispettive famiglie, in servizio per un anno intero per la pulizia, addobbi floreali e quant’altro in Chiesa. Eravamo molto contenti, le vacanze di Natale s’avvicinavano a grandi passi e respiravamo quell’aria di Festa che non ha eguali per tutto il resto dell’anno. La vigilia di Natale, al mattino, dovevamo andare in chiesa a confessarci, c’era sempre la fila, certa gente arrivava anche un’ora prima ma aspettare prima o dopo non cambiava le cose. Eravamo contenti quando il confessore era un prete di un’altra parrocchia, potevi raccontargli tutti i peccati, anche quelli più scabrosi che non succedeva niente, ti dava la penitenza da fare e tutto finiva li. Differente era quando a confessarci era il nostro parroco Don Giuseppe, a seconda del peccato, saltava fuori dal confessionale, facendoci pentire amaramente del peccato commesso, torcendoci la pelle fino alle lacrime. Attraverso la grata bisognava tener d’occhio i movimenti che faceva e stare pronti a saltar via in caso di bisogno. Aveva degli scatti d’ira incontrollabili e se riusciva a prenderci erano dolori di quelli veri. Non solo con noi ragazzini era così ma anche con le persone adulte, sia che fossero donne o uomini. Il pomeriggio della vigilia, pennato alla mano, si tornava nelle selve a fare il “canugiolo” piccolo arbusto di colore cinereo che serviva per scaldare Gesù Bambino, bruciandolo nel fuoco del caminetto al suono dell’Ave Maria. Stavamo tutti attenti a non commettere peccati e soprattutto a non dire parolacce, avremmo dovuto tornare a confessarci dal nostro prete con tutti i rischi del caso. Al suono dell’Ave Maria bruciavamo nel caminetto il “canugiolo”, il quale emetteva dei piccoli scoppi oltre a fare un fumo azzurrognolo e inondare di un dolce profumo la casa. 

La cosa più triste della vigilia era il bagno in tinozza davanti il fuoco di casa, ti spogliavano nudo e ti lavavano tutto, testa compresa. Ti asciugavano con l’asciugamano molto caldo, lo tempravano davanti il fuoco vivo, poi ti cospargevano tutto di borotalco, eri pulito e profumato. Il supplizio era finito. Dopo cena, accompagnati dai nostri genitori, facevamo visita ai parenti, offrivano il famoso punch al mandarino. Lo davano anche a noi ragazzini, annacquato, anzi molto annacquato ma lo davano e noi gradivamo molto. Si rientrava in casa e gli stessi parenti, nonché qualche amico dei miei genitori, venivano a farci visita e noi offrivamo il famoso punch al rhum, il caffè ed una fetta di buccellato. A mezzanotte s’andava alla Messa e cominciava la sfilata che si sarebbe esaurita con la Messa delle undici del giorno di Natale. Gli abiti che avevamo nel guardaroba erano limitati a pochissimi capi, avevamo un cambio per le feste e d il resto era per tutti i giorni. I capi d’abbigliamento venivano acquistati un paio di volte all’anno, a Pasqua ed a Natale, salvo che per qualche altra ricorrenza come Prima Comunione o Matrimonio Alla Messa di mezzanotte si cominciavano già a vedere i risultati degli acquisti fatti, a volte anche alcuni mesi prima. Erano le donne sposate le prime a mostrare i loro capi d’abbigliamento nuovi, l’indomani non avrebbero potuto farlo in quanto stavano in casa a preparare il pranzo di Natale, i commenti si sprecavano sia d’invidia che d’ammirazione. Alla Messa delle undici della mattina dopo, la sfilata era conclusa dalle giovani donne, uomini e ragazzini. Ognuno di noi esibiva i propri capi d’abbigliamento nuovi, sia con umiltà che con arroganza e supponenza e se qualcuno osava criticare erano dolori. Sul sagrato della chiesa, all’uscita della Messa, ci scambiavamo gli auguri e poi tutti nelle proprie case a consumare il pranzo. Quanto di meglio poteva offrire la casa di ciascuno di noi era sul tavolo per il pranzo di Natale. 

Noi ragazzini non mancavamo di far trovare la letterina sotto il piatto di nostro padre, il quale la leggeva dopo aver consumato l’antipasto ed il primo, in casa mia tortellini fatti in casa in brodo di carne. Faceva sempre finta d’essere sorpreso nel trovare la busta indirizzata a lui ed alla mamma, mi sarebbe tanto piaciuto non fargliela trovare, per vedere l’effetto ma mi è sempre mancato il coraggio. La leggeva ed oltre a vari complimenti mi dava anche qualche spicciolo. Sia a mio padre che a mia madre venivano gli occhi lucidi come pure a mia nonna, evidentemente apprezzavano molto. Dopo aver consumato il dolce, ognuno di noi ragazzini recitava la poesia natalizia davanti i propri cari. La giornata terminava col Vespro pomeridiano con la recita delle poesie davanti il Presepe. A cena, la sera, si mangiavano gli avanzi del pranzo e così per vari giorni a seguire. 

Babbo Natale, almeno a Sant’Anastasio, non era ancora stato inventato.

Andrea Campoli